L’indice nell’orecchio,
teso quanto la sua postura. Gli occhiali tondi e spessi. Un paio di occhi vivi,
ma persi chissà dove. E parla, lui parla in continuazione, mentre si aggira per
le fermate della metropolitana. Come se quell’indice fosse un telefono, come se
nascondesse un potente microchip, lì, sotto l’unghia, che una volta portato
all’orecchio lo mettesse in contatto con i paesi più lontani. <<Prendi tu
la bambina?>> chiede <<Si, ma non ti fare problemi, poi avvertiamo
Marco.>> rassicura. <<Come va da te? Quando ci vediamo anche
insieme agli altri?>> Sembra innocuo, addirittura buono, ma la gente lo
tiene lontano. Insomma, alla fin fine parla pur sempre da solo!
Loro invece paiono freddi.
Duri. Spigolosi. Devono essere russi, osservandone i tratti. Entrambi robusti,
parlano una lingua rigida, tra un rauco colpo di tosse e un altro. Lui ha la
barba grigia e rada, il volto livido. Lei ha perso qualche dente. Gli occhi
scuri le viaggiano veloci sul volto, contratto e stranamente quadrato,
incorniciato da capelli crespi e privi di colore. Ad un tratto interrompono il
discorso, si guardano: lui le avvicina una mano alla faccia e con delicatezza
le sfiora una guancia, la carezza. Lei sorride. Poi il silenzio.
Salire in metro è come
sfogliare l’enciclopedia del genere umano, ci si imbatte negli esseri più
disparati e sorprendenti. Spesso però l’uomo ha la tendenza ad essere non solo
indifferente, ma addirittura scostante nei confronti di quelli che lo
circondano, nei confronti dei suoi compagni di viaggio. Così anche in
metropolitana, realtà a stretto contatto, lui si guarda intorno con aria
indagatoria e diffidente, tentando di allontanare, anche solo con il pensiero,
le persone che ora lo spintonano camminando, ora lo comprimono, ora gli
respirano addosso.
E’ questo il problema. Non
c’è fiducia. Manca la fiducia negli altri e nel loro mondo.
La metro corre veloce
fermata dopo fermata, fischia per l’attrito sulle rotaie, gallerie si
susseguono a banchine buie, gallerie, banchine, fischi. Poi frena. Si ferma. Il
mezzo ha una sorta di contraccolpo che scuote ogni passeggero, lo trascina da
un lato, poi lo sbalza dall’altro. E l’uomo, tende a perdere l’equilibrio. Ma
ecco che è circondato.
Loro gli coprono le
spalle, i russi. Lui invece gli sta davanti, quello dell’indice nell’orecchio.
Ai lati due signori in giacca e cravatta e una ragazza con grandi cuffie sulla
testa e una vecchietta un po’ in carne con il carrello della spesa. Tutti molto
vicini. Stretti fra di loro. Tutti intorno all’uomo, che allora non cade,
tenuto dal corpo dei suoi coinquilini. Stretti e barcollanti anch’essi, ma non
senza equilibrio, poiché tutti complici di una stessa, compatta stabilità.
Se l’uomo non partisse
prevenuto. Se avesse fiducia in coloro che lo circondano. Lui vivrebbe meglio,
più ottimista. Loro ci terrebbero a sorreggerlo, perché lui ci conta. Lui
ricambierebbe il favore, in uno scambio di fiducia reciproca. E una volta uscito
dalla metro andrebbe a stampare gli scontrini che non ha emesso, a pagare il
canone di cui si è volontariamente dimenticato. Sicuro, stavolta, di ricevere da
qualcuno un cuscino morbido in caso di caduta.
C'è una frase di Louis Ferdinand Cèline, scrittore francese del XX secolo, che riassume bene quello che ad oggi penso sulla questione "fiducia":"Fidarsi degli uomini è già farsi uccidere un po’". Oggi le persone si fidano poco: perchè spesso subiscono l'imbroglio di persone su cui contavano, perchè talvolta sono deluse da qualcuno in cui avevano sperato, perchè quasi sempre "fidarsi è bene e non fidarsi è meglio", ce lo dicevano i nostri genitori quando eravamo piccoli e avevano paura che ci facessimo avvicinare da qualcuno di poco consigliato... E allora questo insegnamento che si tramanda negli anni, e che rende le persone diffidenti verso chi sta loro vicino, verso chi è loro noto o sconosciuto, verso chi è loro caro o indifferente. E quindi mi chiedo se invece sia possibile provare a fidarsi avendo come presupposto fondamentale a questa sfida una qualità imprescindibile e sempre più rara: l'onestà. Mi viene allora in mente l'"Apologo sull'onestà nel paese dei corrotti" di Calvino: "Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel
RispondiEliminapaese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.
Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi
principi,né patriottici né sociali né religiosi,che non avevano più corso),erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli
a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano
che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo
facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano
abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri);
non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile. Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No,la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e
affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato
di sé ( almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti,
per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato
ancora detto e ancora non sappiamo cos’è". Ecco, mi auguro proprio che sempre più persone vogliano far parte di questa "controsocietà".