Questo sintagma ispira: Fillus de anima. Sembra un insieme di parole d’affetto. Forse ho fatto un volo pindarico per riatterrare su un significato che non è propriamente il suo, ma volendo intendere il fillus de anima in una sfumatura diversa, si potrebbe dire che sia colui che non è legato a noi da un vincolo di sangue, ma che in qualche modo ci è figlio, parente, persona cara. Questo individuo ci è vicino per un motivo speciale: il nostro legame è de anima, la nostra affinità è dal punto di vista dei sentimenti. Inspiegabilmente, nonostante le possibili differenze di età, di genere e di razza, ci sentiamo intimi, come se condividessimo entrambi qualcosa che solo in pochi possiamo comprendere.

Ed è per ciò che ho creato questa pagina. Per chiunque la veda e deciderà di aderire, perché condivide una stessa profondità di pensiero.

sabato 26 novembre 2011

Questione di fiducia


L’indice nell’orecchio, teso quanto la sua postura. Gli occhiali tondi e spessi. Un paio di occhi vivi, ma persi chissà dove. E parla, lui parla in continuazione, mentre si aggira per le fermate della metropolitana. Come se quell’indice fosse un telefono, come se nascondesse un potente microchip, lì, sotto l’unghia, che una volta portato all’orecchio lo mettesse in contatto con i paesi più lontani. <<Prendi tu la bambina?>> chiede <<Si, ma non ti fare problemi, poi avvertiamo Marco.>> rassicura. <<Come va da te? Quando ci vediamo anche insieme agli altri?>> Sembra innocuo, addirittura buono, ma la gente lo tiene lontano. Insomma, alla fin fine parla pur sempre da solo!

Loro invece paiono freddi. Duri. Spigolosi. Devono essere russi, osservandone i tratti. Entrambi robusti, parlano una lingua rigida, tra un rauco colpo di tosse e un altro. Lui ha la barba grigia e rada, il volto livido. Lei ha perso qualche dente. Gli occhi scuri le viaggiano veloci sul volto, contratto e stranamente quadrato, incorniciato da capelli crespi e privi di colore. Ad un tratto interrompono il discorso, si guardano: lui le avvicina una mano alla faccia e con delicatezza le sfiora una guancia, la carezza. Lei sorride. Poi il silenzio.

Salire in metro è come sfogliare l’enciclopedia del genere umano, ci si imbatte negli esseri più disparati e sorprendenti. Spesso però l’uomo ha la tendenza ad essere non solo indifferente, ma addirittura scostante nei confronti di quelli che lo circondano, nei confronti dei suoi compagni di viaggio. Così anche in metropolitana, realtà a stretto contatto, lui si guarda intorno con aria indagatoria e diffidente, tentando di allontanare, anche solo con il pensiero, le persone che ora lo spintonano camminando, ora lo comprimono, ora gli respirano addosso.

E’ questo il problema. Non c’è fiducia. Manca la fiducia negli altri e nel loro mondo.

La metro corre veloce fermata dopo fermata, fischia per l’attrito sulle rotaie, gallerie si susseguono a banchine buie, gallerie, banchine, fischi. Poi frena. Si ferma. Il mezzo ha una sorta di contraccolpo che scuote ogni passeggero, lo trascina da un lato, poi lo sbalza dall’altro. E l’uomo, tende a perdere l’equilibrio. Ma ecco che è circondato.
Loro gli coprono le spalle, i russi. Lui invece gli sta davanti, quello dell’indice nell’orecchio. Ai lati due signori in giacca e cravatta e una ragazza con grandi cuffie sulla testa e una vecchietta un po’ in carne con il carrello della spesa. Tutti molto vicini. Stretti fra di loro. Tutti intorno all’uomo, che allora non cade, tenuto dal corpo dei suoi coinquilini. Stretti e barcollanti anch’essi, ma non senza equilibrio, poiché tutti complici di una stessa, compatta stabilità.

Se l’uomo non partisse prevenuto. Se avesse fiducia in coloro che lo circondano. Lui vivrebbe meglio, più ottimista. Loro ci terrebbero a sorreggerlo, perché lui ci conta. Lui ricambierebbe il favore, in uno scambio di fiducia reciproca. E una volta uscito dalla metro andrebbe a stampare gli scontrini che non ha emesso, a pagare il canone di cui si è volontariamente dimenticato. Sicuro, stavolta, di ricevere da qualcuno un cuscino morbido in caso di caduta.

1 commento:

  1. C'è una frase di Louis Ferdinand Cèline, scrittore francese del XX secolo, che riassume bene quello che ad oggi penso sulla questione "fiducia":"Fidarsi degli uomini è già farsi uccidere un po’". Oggi le persone si fidano poco: perchè spesso subiscono l'imbroglio di persone su cui contavano, perchè talvolta sono deluse da qualcuno in cui avevano sperato, perchè quasi sempre "fidarsi è bene e non fidarsi è meglio", ce lo dicevano i nostri genitori quando eravamo piccoli e avevano paura che ci facessimo avvicinare da qualcuno di poco consigliato... E allora questo insegnamento che si tramanda negli anni, e che rende le persone diffidenti verso chi sta loro vicino, verso chi è loro noto o sconosciuto, verso chi è loro caro o indifferente. E quindi mi chiedo se invece sia possibile provare a fidarsi avendo come presupposto fondamentale a questa sfida una qualità imprescindibile e sempre più rara: l'onestà. Mi viene allora in mente l'"Apologo sull'onestà nel paese dei corrotti" di Calvino: "Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel
    paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.
    Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi
    principi,né patriottici né sociali né religiosi,che non avevano più corso),erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli
    a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano
    che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo
    facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano
    abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri);
    non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile. Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No,la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e
    affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato
    di sé ( almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti,
    per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato
    ancora detto e ancora non sappiamo cos’è". Ecco, mi auguro proprio che sempre più persone vogliano far parte di questa "controsocietà".

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