Di flagelli venuti dal cielo a tormentare il mondo è piena la storia
dell’umanità. Sono quell’accessorio immancabile per il genere umano e ogni zona
o periodo storico ha il suo flagello di riferimento. E’ sempre stato così:
dall’invasione delle cavallette narrata dalla Bibbia, passando per la peste
bubbonica riportata da più cronache, fino ad arrivare all’AIDS, alla
depressione o al cancro, che si contendono capricciosamente il primato di
flagello del nostro secolo. Ma non è tutto.
Spesso siamo portati a rilevare come dannoso e mortifero soltanto quello che
riguarda noi direttamente, lasciandoci illuminare unicamente dalla nostra parte
di sole e senza contare che la strada non è solo in salita, ma anche in
discesa! Questo, che è un vizio che l’uomo ha geneticamente e che potrebbe
essere definito come egoismo, rappresenta
uno degli aspetti più esecrabili di noi, dotati di ragione e di morale, a
volte. Se cominciassimo a guardare ciò che ci circonda da un punto di vista più
ampio, ci accorgeremmo che di problemi seri e sui quali andrebbe messa
immediatamente l’etichetta “da risolvere”
ce ne sono davvero innumerevoli. Sotto quest’ottica, comincerei ad occuparmi di
un male che coinvolge tutto il mondo, ora in una forma, ora in un’altra: il mal di cibo. Sì, perché di mal di cibo
si tratta, se la percentuale degli adolescenti che soffrono di obesità non fa
altro che aumentare ogni anno; e sempre di mal di cibo si tratta se nel
futurissimo 2011 molta gente continua ancora a morire di fame. Quindi questo
male viaggia da un estremo all’altro non appena ci spostiamo da un estremo
all’altro del globo terrestre. Non servirà infatti specificare che quelli che
subiscono l’infausta sorte di morire di fame si trovano prevalentemente nel sud
del mondo; quelli che invece subiscono quella meno infausta, ma pur sempre
preoccupante, di essere affetti da obesità, sono nel nord di questo. E sembra
quasi la metafora di un’eredità, di una situazione inevitabilmente lasciata da
anni ed anni di colonialismo. Dunque c’è una parte dell’umanità che ingrassa e
s’arricchisce in maniera fastidiosa e malsana, quasi a discapito dell’altra
parte che viene disumanamente ignorata. Una sola medaglia, due facce
terribilmente contrapposte e sgradevolmente contrastanti a causa dell’indifferenza
nei confronti dei meno fortunati,
come spesso vengono definiti quelli che muoiono quotidianamente magari non solo
per malasorte, da parte di quelli che di fortuna ne hanno, ma preferiscono
tenersela per sé e coltivarla, adorarla fino a farla diventare ragione di
culto. E in una società dove il denaro diventa religione e unico motivo
d’interesse, si tende a voltare le spalle a tutto ciò che non produce e non da
riscontro propriamente economico. E’ per questo che, quando si tratta di
attuare rischiose manovre finanziarie, si tende a mutilare gravemente le somme
di denaro destinate all’istruzione e alla cultura, unico mezzo attraverso cui i
giovani crescono moralmente e intellettualmente: perché la cultura ha grande
valore, ma ha il difetto di non
essere quantificabile materialmente. Le istituzioni nazionali e internazionali
sono dotate di una logica malata, perché non ammettono investimenti per
risolvere situazioni preoccupanti, preferendo invece occuparsi di questioni che
possono incrementare il benessere di chi già ne gode. Il cordoglio e le
promesse non sono abbastanza, soprattutto se poi non vengono mantenute: per
esempio nel 2000, nell’ambito della Dichiarazione del Millennio dell’ONU, gli Stati ricchi hanno promesso di aumentare
gli aiuti a favore dello sviluppo degli Stati disagiati per lo 0,7% in più del
loro PIL. Neanche a dirlo, nessuno Stato ha mantenuto la parola data, e
attualmente la media si aggira attorno allo 0,3%. L’Italia s’è arrestata allo
0,1%, eppure non smette di costruire cacciabombardieri, nonostante la crisi. Basterebbe non cercare di
ignorare il problema per arrivare ad una risoluzione quantomeno soddisfacente,
e questo può essere fatto solo con criterio e un naturale senso di giustizia
che va ritrovato. Quella bell’anima di Gandhi diceva: <<Nel mondo c’è abbastanza per i bisogni
dell’uomo, ma non per la sua avidità>>; dunque è davvero così
utopistico far guarire il mondo dal mal di cibo?

di Diego Palombi
Per saperne di più:
Articolo di Slow Food:
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