Questo sintagma ispira: Fillus de anima. Sembra un insieme di parole d’affetto. Forse ho fatto un volo pindarico per riatterrare su un significato che non è propriamente il suo, ma volendo intendere il fillus de anima in una sfumatura diversa, si potrebbe dire che sia colui che non è legato a noi da un vincolo di sangue, ma che in qualche modo ci è figlio, parente, persona cara. Questo individuo ci è vicino per un motivo speciale: il nostro legame è de anima, la nostra affinità è dal punto di vista dei sentimenti. Inspiegabilmente, nonostante le possibili differenze di età, di genere e di razza, ci sentiamo intimi, come se condividessimo entrambi qualcosa che solo in pochi possiamo comprendere.

Ed è per ciò che ho creato questa pagina. Per chiunque la veda e deciderà di aderire, perché condivide una stessa profondità di pensiero.

sabato 19 novembre 2011

Mal di cibo


Di flagelli venuti dal cielo a tormentare il mondo è piena la storia dell’umanità. Sono quell’accessorio immancabile per il genere umano e ogni zona o periodo storico ha il suo flagello di riferimento. E’ sempre stato così: dall’invasione delle cavallette narrata dalla Bibbia, passando per la peste bubbonica riportata da più cronache, fino ad arrivare all’AIDS, alla depressione o al cancro, che si contendono capricciosamente il primato di flagello del nostro secolo. Ma non è tutto. 
Spesso siamo portati a rilevare come dannoso e mortifero soltanto quello che riguarda noi direttamente, lasciandoci illuminare unicamente dalla nostra parte di sole e senza contare che la strada non è solo in salita, ma anche in discesa! Questo, che è un vizio che l’uomo ha geneticamente e che potrebbe essere definito come egoismo, rappresenta uno degli aspetti più esecrabili di noi, dotati di ragione e di morale, a volte. Se cominciassimo a guardare ciò che ci circonda da un punto di vista più ampio, ci accorgeremmo che di problemi seri e sui quali andrebbe messa immediatamente l’etichetta “da risolvere” ce ne sono davvero innumerevoli. Sotto quest’ottica, comincerei ad occuparmi di un male che coinvolge tutto il mondo, ora in una forma, ora in un’altra: il mal di cibo. Sì, perché di mal di cibo si tratta, se la percentuale degli adolescenti che soffrono di obesità non fa altro che aumentare ogni anno; e sempre di mal di cibo si tratta se nel futurissimo 2011 molta gente continua ancora a morire di fame. Quindi questo male viaggia da un estremo all’altro non appena ci spostiamo da un estremo all’altro del globo terrestre. Non servirà infatti specificare che quelli che subiscono l’infausta sorte di morire di fame si trovano prevalentemente nel sud del mondo; quelli che invece subiscono quella meno infausta, ma pur sempre preoccupante, di essere affetti da obesità, sono nel nord di questo. E sembra quasi la metafora di un’eredità, di una situazione inevitabilmente lasciata da anni ed anni di colonialismo. Dunque c’è una parte dell’umanità che ingrassa e s’arricchisce in maniera fastidiosa e malsana, quasi a discapito dell’altra parte che viene disumanamente ignorata. Una sola medaglia, due facce terribilmente contrapposte e sgradevolmente contrastanti a causa dell’indifferenza nei confronti dei meno fortunati, come spesso vengono definiti quelli che muoiono quotidianamente magari non solo per malasorte, da parte di quelli che di fortuna ne hanno, ma preferiscono tenersela per sé e coltivarla, adorarla fino a farla diventare ragione di culto. E in una società dove il denaro diventa religione e unico motivo d’interesse, si tende a voltare le spalle a tutto ciò che non produce e non da riscontro propriamente economico. E’ per questo che, quando si tratta di attuare rischiose manovre finanziarie, si tende a mutilare gravemente le somme di denaro destinate all’istruzione e alla cultura, unico mezzo attraverso cui i giovani crescono moralmente e intellettualmente: perché la cultura ha grande valore, ma ha il difetto di non essere quantificabile materialmente. Le istituzioni nazionali e internazionali sono dotate di una logica malata, perché non ammettono investimenti per risolvere situazioni preoccupanti, preferendo invece occuparsi di questioni che possono incrementare il benessere di chi già ne gode. Il cordoglio e le promesse non sono abbastanza, soprattutto se poi non vengono mantenute: per esempio nel 2000, nell’ambito della Dichiarazione del Millennio dell’ONU,  gli Stati ricchi hanno promesso di aumentare gli aiuti a favore dello sviluppo degli Stati disagiati per lo 0,7% in più del loro PIL. Neanche a dirlo, nessuno Stato ha mantenuto la parola data, e attualmente la media si aggira attorno allo 0,3%. L’Italia s’è arrestata allo 0,1%, eppure non smette di costruire cacciabombardieri, nonostante la crisi. Basterebbe non cercare di ignorare il problema per arrivare ad una risoluzione quantomeno soddisfacente, e questo può essere fatto solo con criterio e un naturale senso di giustizia che va ritrovato. Quella bell’anima di Gandhi diceva: <<Nel mondo c’è abbastanza per i bisogni dell’uomo, ma non per la sua avidità>>; dunque è davvero così utopistico far guarire il mondo dal mal di cibo? 

                           

                            di Diego Palombi


Per saperne di più:
Articolo di Slow Food: 


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