Questo sintagma ispira: Fillus de anima. Sembra un insieme di parole d’affetto. Forse ho fatto un volo pindarico per riatterrare su un significato che non è propriamente il suo, ma volendo intendere il fillus de anima in una sfumatura diversa, si potrebbe dire che sia colui che non è legato a noi da un vincolo di sangue, ma che in qualche modo ci è figlio, parente, persona cara. Questo individuo ci è vicino per un motivo speciale: il nostro legame è de anima, la nostra affinità è dal punto di vista dei sentimenti. Inspiegabilmente, nonostante le possibili differenze di età, di genere e di razza, ci sentiamo intimi, come se condividessimo entrambi qualcosa che solo in pochi possiamo comprendere.

Ed è per ciò che ho creato questa pagina. Per chiunque la veda e deciderà di aderire, perché condivide una stessa profondità di pensiero.

sabato 5 novembre 2011

Italianizziamoci

Se ne sono resi conto.
Sempre immersi in continue attività, concentrati nell’allargare le metropoli, impegnati nel marcare ogni oggetto esistente al mondo, sembrava che i cinesi non se ne fossero accorti. E invece se ne sono resi conto: il loro paese è grande abbastanza, quindi è ora di cinesizzare il mondo.
Per salvaguardare la sua integrità la Cina deve fermarsi, solo un poco, deve smettere di produrre miliardari e consumatori per voltarsi indietro e riscoprirsi, ricostruire ciò che cinquemila anni di storia l’hanno resa tale.
E’ necessario quando un paese sembra perdersi nel progresso: vanno ritrovati i fondamenti.

Disse Bernardo di Chartres: “noi siamo come nani che siedono sulle spalle dei giganti, di modo che possiamo vedere più cose e più lontano di loro, non con l’acutezza del nostro sguardo o con l’altezza del corpo, ma perché siamo portati più in alto e siamo portati ad altezza gigantesca.”

E’ vero infatti che i nani si trovano su un gradino superiore, vedono più lontano ed in modo più acuto; ma cosa sarebbero senza i giganti? Allo stesso modo l’innovazione è fondamentale, perché mira al progresso e guarda avanti, ma appare superiore alla tradizione, che da sola è insufficiente, solo grazie ad essa e perché fonda su di essa.
E questo concetto i cinesi l’hanno capito bene: un progresso senza basi, senza riscontro nelle tradizioni non porta da nessuna parte. Così la Cina mira a salvare il mito di se stessa, per non farsi sopraffare dall’Occidente, che di storia alle spalle ne ha da vendere: quest’offensiva culturale è volta a dare sicurezza alla nazione stessa, esponendo il peso della sua civiltà.
Ecco perché i cinesi hanno scelto di avviare una sorta di propaganda patriottica: riproponendo libri, giornali, cinema, tivù, lingua, religione, stili del passato, il paese tenta di ritrovarsi, riconoscersi e riunirsi in maniera più salda intorno a ciò che era la sua sorgente culturale. E ancora, cerca di diffondere il mandarino e la visione cinese della realtà in ogni parte del pianeta. Il 16 novembre, ad esempio, Sky trasmetterà in Italia la prima serie tivù girata in Cina, Il destino del maestro di spada, come test globale di esportazione della leggendaria cultura cinese.

Ma perché la Cina, nonostante sia in espansione, si ingegna in questo modo?
E invece noi italiani, in continua implosione, bisognosi di un indirizzo, pur essendo pieni di qualità, non le valorizziamo?
Eccoci infatti, come dopo l’unità, allora inconsapevoli, ora dimentichi della nostra stessa identità, spaesati e poco coesi. E’ giunto il momento di rallentare, di avere l’umiltà di fermarsi. E’ inutile continuare ad aggirarsi come nani fra gli alti cipressi, persi, sopraffatti, derisi. Bisogna adoperarsi, emergere, ritrovare le solide tradizioni, gli antichi giganti, e guardare la cima di quegli alberi dall’alto delle loro spalle. Continuando ad imboccare strade chiuse e correndo all’impazzata nel groviglio di tronchi, la nazione non può progredire e trovare vie d’uscita. Bisogna che, in mancanza di una grandezza presente, ci si rifaccia a quella passata, recuperando parte delle consuetudini e dei costumi che un tempo l’avevano resa gigante. E’ ora che gli Italiani dimentichino per un attimo ciò che li ha sminuiti, si ritrovino e dal dorso di quei giganti riescano a riaffermare un po’ della loro dignità. E una volta che ci saremo ridelineati ai nostri occhi, lo saremo anche agli occhi del mondo. Allora diciamo sì ai dialetti, alla tradizione culinaria, ai monumenti, alle cose che ci rendono italiani: italianizziamoci. Per ricordare, prendere spunto e andare avanti. Altrimenti, arriverà un momento in cui troveremo il marchio made in china anche sotto la nostra brioche del mattino.

E tu, italiano, cosa farai domani per sentirti tale? Su quale dei giganti farai affidamento?

Per saperne di più:

3 commenti:

  1. La Cina.
    Dunque, innanzitutto dove hai preso questa notizia secondo la quale la Cina cerca di recuperare
    la propria tradizione? A me sembra utile sapere, anche solo a livello di notizia di agenzia, chi ha
    rilevato questo dato, proprio per valutarne l’attendibilità e quindi l’opportunità di approfondirla.
    La Cina, con la sua storia e tradizione ultra millenaria, si sta scuotendo da un letargo secolare, un
    risveglio già previsto da Napoleone, ma che proprio per la sua cultura tanto distante dall’Occidente
    impiegherà del tempo per trovare un equilibrio sul piano planetario. La forsennata corsa al
    riscatto economico rischia di creare forti contraccolpi al proprio interno sotto la spinta di più di
    un miliardo di persone colte alla sprovvista dal rapido cambiamento, proprio perché legate da
    lunghissime generazioni a quella tradizione che tu auspichi sia salvaguardata e recuperata. Senza
    contare che la Cina non è e non è mai stata democratica. E i costumi e le tradizioni non si possono
    imporre dall’alto perché non sarebbero assimilate. Per esempio, attratti dal miraggio del benessere
    occidentale, pensano di supplire al divario delle arti figurative semplicemente copiando in serie le
    nostre opere.
    Insomma, sono d’accordo su quello che tu auspichi, ma sono molto scettico sul metodo. Ma potrei
    anche sbagliarmi.

    Per quanto riguarda l’italianizzarsi condivido e ammiro il tuo entusiasmo, ma, forse sempre per
    l’età, proposto così rischia di essere travisato e inteso come un plauso a certe mode politiche
    che cambiano in dialetto i nomi delle strade e fanno vanto della loro ignoranza culturale, che
    chiedevano di fronteggiare il travaso della moltitudine cinese verso l’occidente con un muro alla
    frontiera. Il recupero della tradizione può avere un senso se integrato nel tempo in cui viviamo.
    Personalmente da anni coltivo la tradizione della mia infanzia recuperando oggetti ed arnesi e
    testimonianze passate. Ma mi chiedo a volte se abbia senso e per chi.

    RispondiElimina
  2. Complimenti per la grande idea d’aprire una pagina di questo tipo… e grazie per aver chiesto anche agli altri i contribuire in qualche modo! La descrizione e la motivazione che dai di questo piccolo spazio sul web m’ha colpito. Mi piace quando dici che ci si affeziona a chi scrive a tal punto da sentirlo incredibilmente vicino a noi a tal punto da poter condividere un intero universo insieme. Io, in questo senso, mi sono reso conto d’amare molte persone… ed è bello, semplicemente. Ed è così normale da non lasciare indifferenti.

    RispondiElimina
  3. Ciao Danilo,
    per le informazioni che riguardano la Cina ho preso spunto da un passo di un saggio, apparso su La Repubblica nel mese di ottobre. L’articolo non consisteva in una vera e propria notizia d’agenzia, piuttosto era un approfondimento portato avanti da un corrispondente cinese, del quale però purtroppo non ritrovo in Internet il testo originale.

    Per quanto riguarda invece il mio invito a recuperare la tradizione, non era mia intenzione instaurare un discorso troppo tradizionalista o conservatore. Non penso che la tradizione debba essere un limite, un recinto all’esterno del quale cacciare la diversità, o all’interno del quale preservare un élite; piuttosto un punto di partenza, una base salda su cui ricostruire il progresso. Sono d’accordo con te sul fatto che “il recupero della tradizione ha senso se integrato nel tempo in cui viviamo”.

    Infine trovo molto bello conservare oggetti e testimonianze del passato. Io stessa tengo un diario, faccio molte fotografie e ho una scatola che definisco “dei ricordi”, seppur siano ancora pochi, data la mia età. E nonostante io creda che una persona sia fatta soprattutto da un’altra materia, che non è quella degli oggetti, spesso le cose che ci circondano sono indispensabili a definirci. Un uomo è tale in quanto è circondato dai suoi oggetti, ha un suo posto dove stare, ha le sue abitudini. Certamente anche senza le sue suppellettili sarebbe tale, non si dissolverebbe nel nulla. Però l’uomo è fatto per entrare in rapporto con le cose e sarà continuamente portato a ricercarne alcune che possano appartenergli e che possano poi parlare di lui. Ad esempio quando si viaggia ci si porta sempre dietro qualcosa, anche di inutile, ma per sentirsi a casa; o persino quando si tenta di partire alla ventura, spogli di tutto, verso un’utopica libertà, ci si ritrova ugualmente affezionati ad un luogo, una consuetudine, una tazza con cui bere il latte tutte le mattine. Quindi conservare arnesi del passato serve innanzitutto per se stessi. Inoltre ha un senso anche per gli altri, perché mi piace pensare di poter dare la possibilità a qualcuno, un giorno, di riaprire la mia scatola dei ricordi e di farsi un’idea di ciò che è ormai trascorso.
    Grazie del tuo commento

    RispondiElimina