Il 29 ottobre di ben cento anni
fa morì Joseph Pulitzer, noto giornalista ungherese e uomo di successo. Egli andrebbe
ancora ricordato e nominato. Non per il suo lato leggendario. Non per il premio
che venne istituito a suo nome. Ma per i valori di cui si faceva portatore, i
quali, come spesso accade, vengono oscurati dal personaggio, inteso come mito,
che si imprime nella mente umana più facilmente di qualsiasi altra cosa.
Da grande osservatore della
società contemporanea, Pulitzer ne individuò alcuni falli e alcune necessità. Bisognava
ad esempio trovare un elemento che fosse alla base della libertà e della
democrazia: l’informazione o, per meglio dire, la libera informazione, che
avrebbe donato consapevolezza a tutti i cittadini. Chiunque volesse diffonderla
non doveva pensare di svolgere un mestiere, di sottostare ad un monopolio, di
compiere mansioni guidate; piuttosto doveva porsi come un professionista,
mirando all’oggettività e alla verità, anche a costo di scoprire intrighi e
nefandezze di grandi uomini di potere, anche a costo di scandalizzare le
strutture sociali:
<<meglio una
libera informazione senza governo, che un governo senza libera informazione>>
diceva lui.
Forse la nostra società dimentica
le parole di Pulitzer. Oggi l’informazione sta diventando un problema. Il mondo
vuole continuamente conoscere se stesso: l’informazione non ha più freni, è come
una di quelle palline di gomma impazzite, che una volta fatte rimbalzare, e chi
le prende più! Con i nuovi mezzi di comunicazione, chiunque voglia, per libera
iniziativa, può improvvisarsi giornalista e cacciare notizie, diffondere
scalpori, indire dibattiti. Addirittura è stata coniata una parola per
individuare questa nuova figura di reporter: il citizen journalist, il giornalista cittadino, apparso negli Stati
Uniti e diffusosi anche in Europa, individuo che non ha una formazione
giornalistica professionale, ma che scrive riguardo a temi di interesse comune,
attirando lettori e collaboratori. Poiché la sua ricerca è però svolta per conto
proprio, il giornalista cittadino non ha mediazione e controlli da parte di
agenzie o autorità. Ma quindi, questo nuovo tipo di diffusione
dell’informazione da chi è gestito? E’ difficile che si riescano a passare al
setaccio tutte le cose che ad esempio vengono trasmesse in rete, così da
raccogliere solo il materiale attentamente raffinato. E anche nel caso in cui una
bugia rimanga nel passino, sono poche le sanzioni imposte a chi dice il falso.
La figura del citizen journalist potrebbe allora
apparire in netta contrapposizione ed ancora sembrerebbe quasi sminuire quella
del giornalista professionista, che invece scrive solo riguardo ciò che le
agenzie di stampa gli trasmettono come verità.
La contraddizione della nostra
società però consiste proprio in questo.
Perché, triste a dirlo, accade
spesso che anche lo stesso giornalista professionista scriva il falso, o per lo
meno il fazioso, in quanto si trova ad impugnare la penna sotto i riflettori ed
a scrivere sotto dettatura. Anche solo con un aggettivo o un’immagine, i giornalisti
professionisti capovolgono i fatti, li interpretano a seconda della loro
opinione o, ancor peggio, dell’opinione di chi li dirige.
Ed ecco come l’informazione perde
consistenza, come si sfalda nelle mani di chi la manipola. I lettori non
possono più fidarsi di quello che leggono e di quello che vedono. Non c’è più
distinzione tra vero, falso, pareri e realtà. Ma perché continuare a mentirci?
Perché non mostrare la vera sostanza, anziché diffondere una comoda forma? Ognuno,
che sia un giornalista per iniziativa o di mestiere, dovrebbe ascoltare la
propria coscienza ed attenersi ad un criterio di attendibilità e obiettività.
Così speriamo che un giorno
l’esempio di Pulitzer riesca a togliere il bavaglio a chi veramente vuole dirci
cosa ci sta accadendo. Altrimenti, tanto meglio scrivere favole, per lo meno
hanno sempre un lieto fine. O quasi.
Per saperne di più:
Joseph Pulitzer nacque a Makò nel 1847. Giovanissimo emigrò in America, disponendo di soli
75 centesimi ottenuti con la vendita di un fazzoletto di pizzo, donatogli dalla
madre. Fu stalliere ed imparò presto a trattare con quei testardi dei muli.
Emerso poi per la sua determinazione, iniziò a lavorare presso un quotidiano,
pubblicato a St. Luis, in Missouri. Nella stessa città fondò il giornale St.
Luis Dispatch. Trasferitosi poi a New York, rilevò dal finanziere Joy Gould il New York World, portandolo ad alti
livelli di notorietà e diffusione e trasformandolo in una delle testate più
influenti del suo tempo.
In onore
di Pulitzer, e secondo le volontà da lui espresse nel testamento, venne fondata
la scuola di giornalismo alla Columbia University di New York e venne istituito
un premio a lui intitolato: il premio Pulitzer. Assegnato fin dal 1917, è
riservato agli Stati Uniti ed è ancora oggi il più alto riconoscimento a cui
ambiscono giornalisti, letterati e artisti in genere, dato che le categorie di
premiazione spaziano fino a riguardare anche le presentazioni on line. In
passato furono premiati poeti come
Frost, scrittori come Hemingway, nonché
come John F. Kennedy.
Hai proprio ragione: ormai resta difficile fidarci di ciò che viene scritto in giornali, riviste eccetera (e tanto meno di ciò che viene trasmesso in televisione), perché già da troppo tempo le notizie non vengono riportate in maniera oggettiva e veritiera, ma distorte per permettere al giornalista (o come hai detto tu ai suoi “superiori”) di beneficiarne quanto più possibile.
RispondiEliminaL’articolo 4 della Costituzione italiana afferma che ogni cittadino ha il dovere di svolgere un’attività che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Penso che il giornalista in questo senso debba rendersi conto della grande responsabilità che si assume scegliendo di compiere la sua professione: comunicare in modo obiettivo le notizie significa permettere alle persone di tenersi aggiornate su questioni di attualità e quindi, qualora siano poi chiamate a dare il proprio parere circa le suddette questioni (si pensi ad esempio ad elezioni o referendum), un’informazione adeguata consente loro di scegliere nel modo migliore possibile. D’altro canto un’informazione manipolata e non conforme alla realtà dei fatti, non è altro che una bugia, un inganno. E come può un inganno concorrere al progresso della società? Non può: concorre solo alla sua rovina.
chi può dire ciò che è inganno e ciò che è vero, in questo mondo? Siamo in grado di dire che cosa sia la sostanza? Siamo spettatori di quanto creiamo, se riusciamo ad assumere la giusta distanza dell'osservatore, altrimenti ne siamo protagonisti e ciò che raccontiamo è distorto da una percezione distorta. Ergo un buon giornalista dovrebbe assumere il ruolo di chi, dopo aver visto bene, descrive a chi non ha occhi ciò che ha visto. Se la visione è "dall'interno dei fatti" sarà difficile essere obiettivi... questo è il motivo per cui attualmente il giornalismo è inaffidabile. Se vogliamo cambiare le cose, dobbiamo prima divenire cercatori di verità. Mi sembra che l'articolo vada nella stessa direzione...;) ciao, Alga
RispondiEliminaInnanzi tutto mi sembra giusto parlare di informazione cominciando proprio da Pulitzer, che di
RispondiEliminaquesto ha fatto la ragione di una vita. E le notizie che offri in proposito credo siano di rilevante
interesse, ad esempio io non sapevo che era di origine ungherese.
L’informazione credo sia la più sconvolgente rivoluzione del nostro tempo, per la velocità con
cui percorre il mondo, una velocità che frastorna, perché si ha sempre la sensazione di non fare in
tempo, non dico a capire, ma a percepire in tempo il messaggio. E probabilmente, come tu dici,
la verità è sacrificata proprio alla velocità, all’accanimento di colpire per primo il bersaglio, cioè
l’utente, che poi per chi la diffonde significa visibilità, interesse, proprio tornaconto. Forse per
l’età, a volte percepisco in tal senso un po’ di disorientamento. Eppure, proprio per la frenetica
velocità delle comunicazioni, credo che prima a poi sia necessario arrivare a mettere un qualche
punto fermo, che sia necessario poter dire: chi lo ha detto? allora è vero. Un filo di verità che leghi i
popoli e la reciproca conoscenza credo sia necessario, altrimenti, come già succede, si va alla deriva
nel sospetto, nella reciproca sfiducia.
Nel tuo articolo trovo qualche ingenuità, per fortuna, perché alla tua età significa speranza e tenacia
nell’impegno. Quando dici che un giornalista dovrebbe scrivere secondo la propria coscienza
mi sembra piuttosto arduo, proprio per le ragioni sopra dette. Ma non credo che sia necessario
rassegnarsi a scrivere favole a lieto fine, basta ci sia qualcuno come te che riesca a portare avanti,
senz’altro con fatica, l’idea e la prospettiva della correttezza, della reciproca fiducia.