Questo sintagma ispira: Fillus de anima. Sembra un insieme di parole d’affetto. Forse ho fatto un volo pindarico per riatterrare su un significato che non è propriamente il suo, ma volendo intendere il fillus de anima in una sfumatura diversa, si potrebbe dire che sia colui che non è legato a noi da un vincolo di sangue, ma che in qualche modo ci è figlio, parente, persona cara. Questo individuo ci è vicino per un motivo speciale: il nostro legame è de anima, la nostra affinità è dal punto di vista dei sentimenti. Inspiegabilmente, nonostante le possibili differenze di età, di genere e di razza, ci sentiamo intimi, come se condividessimo entrambi qualcosa che solo in pochi possiamo comprendere.

Ed è per ciò che ho creato questa pagina. Per chiunque la veda e deciderà di aderire, perché condivide una stessa profondità di pensiero.

sabato 29 ottobre 2011

C'era una volta Pulitzer

Il 29 ottobre di ben cento anni fa morì Joseph Pulitzer, noto giornalista ungherese e uomo di successo. Egli andrebbe ancora ricordato e nominato. Non per il suo lato leggendario. Non per il premio che venne istituito a suo nome. Ma per i valori di cui si faceva portatore, i quali, come spesso accade, vengono oscurati dal personaggio, inteso come mito, che si imprime nella mente umana più facilmente di qualsiasi altra cosa.

Da grande osservatore della società contemporanea, Pulitzer ne individuò alcuni falli e alcune necessità. Bisognava ad esempio trovare un elemento che fosse alla base della libertà e della democrazia: l’informazione o, per meglio dire, la libera informazione, che avrebbe donato consapevolezza a tutti i cittadini. Chiunque volesse diffonderla non doveva pensare di svolgere un mestiere, di sottostare ad un monopolio, di compiere mansioni guidate; piuttosto doveva porsi come un professionista, mirando all’oggettività e alla verità, anche a costo di scoprire intrighi e nefandezze di grandi uomini di potere, anche a costo di scandalizzare le strutture sociali: 
<<meglio una libera informazione senza governo, che un governo senza libera informazione>> diceva lui.

Forse la nostra società dimentica le parole di Pulitzer. Oggi l’informazione sta diventando un problema. Il mondo vuole continuamente conoscere se stesso: l’informazione non ha più freni, è come una di quelle palline di gomma impazzite, che una volta fatte rimbalzare, e chi le prende più! Con i nuovi mezzi di comunicazione, chiunque voglia, per libera iniziativa, può improvvisarsi giornalista e cacciare notizie, diffondere scalpori, indire dibattiti. Addirittura è stata coniata una parola per individuare questa nuova figura di reporter: il citizen journalist, il giornalista cittadino, apparso negli Stati Uniti e diffusosi anche in Europa, individuo che non ha una formazione giornalistica professionale, ma che scrive riguardo a temi di interesse comune, attirando lettori e collaboratori. Poiché la sua ricerca è però svolta per conto proprio, il giornalista cittadino non ha mediazione e controlli da parte di agenzie o autorità. Ma quindi, questo nuovo tipo di diffusione dell’informazione da chi è gestito? E’ difficile che si riescano a passare al setaccio tutte le cose che ad esempio vengono trasmesse in rete, così da raccogliere solo il materiale attentamente raffinato. E anche nel caso in cui una bugia rimanga nel passino, sono poche le sanzioni imposte a chi dice il falso.
La figura del citizen journalist potrebbe allora apparire in netta contrapposizione ed ancora sembrerebbe quasi sminuire quella del giornalista professionista, che invece scrive solo riguardo ciò che le agenzie di stampa gli trasmettono come verità.
La contraddizione della nostra società però consiste proprio in questo.
Perché, triste a dirlo, accade spesso che anche lo stesso giornalista professionista scriva il falso, o per lo meno il fazioso, in quanto si trova ad impugnare la penna sotto i riflettori ed a scrivere sotto dettatura. Anche solo con un aggettivo o un’immagine, i giornalisti professionisti capovolgono i fatti, li interpretano a seconda della loro opinione o, ancor peggio, dell’opinione di chi li dirige.
Ed ecco come l’informazione perde consistenza, come si sfalda nelle mani di chi la manipola. I lettori non possono più fidarsi di quello che leggono e di quello che vedono. Non c’è più distinzione tra vero, falso, pareri e realtà. Ma perché continuare a mentirci? Perché non mostrare la vera sostanza, anziché diffondere una comoda forma? Ognuno, che sia un giornalista per iniziativa o di mestiere, dovrebbe ascoltare la propria coscienza ed attenersi ad un criterio di attendibilità e obiettività.
Così speriamo che un giorno l’esempio di Pulitzer riesca a togliere il bavaglio a chi veramente vuole dirci cosa ci sta accadendo. Altrimenti, tanto meglio scrivere favole, per lo meno hanno sempre un lieto fine. O quasi.

Per saperne di più:
Joseph Pulitzer nacque a Makò nel 1847. Giovanissimo emigrò in America, disponendo di soli 75 centesimi ottenuti con la vendita di un fazzoletto di pizzo, donatogli dalla madre. Fu stalliere ed imparò presto a trattare con quei testardi dei muli. Emerso poi per la sua determinazione, iniziò a lavorare presso un quotidiano, pubblicato a St. Luis, in Missouri. Nella stessa città fondò il giornale St. Luis Dispatch. Trasferitosi poi a New York, rilevò dal finanziere Joy Gould il New York World, portandolo ad alti livelli di notorietà e diffusione e trasformandolo in una delle testate più influenti del suo tempo.
In onore di Pulitzer, e secondo le volontà da lui espresse nel testamento, venne fondata la scuola di giornalismo alla Columbia University di New York e venne istituito un premio a lui intitolato: il premio Pulitzer. Assegnato fin dal 1917, è riservato agli Stati Uniti ed è ancora oggi il più alto riconoscimento a cui ambiscono giornalisti, letterati e artisti in genere, dato che le categorie di premiazione spaziano fino a riguardare anche le presentazioni on line. In passato furono premiati poeti come Frost, scrittori come Hemingway, nonché come John F. Kennedy.

Premio Pulitzer: http://www.pulitzer.org/

3 commenti:

  1. Hai proprio ragione: ormai resta difficile fidarci di ciò che viene scritto in giornali, riviste eccetera (e tanto meno di ciò che viene trasmesso in televisione), perché già da troppo tempo le notizie non vengono riportate in maniera oggettiva e veritiera, ma distorte per permettere al giornalista (o come hai detto tu ai suoi “superiori”) di beneficiarne quanto più possibile.
    L’articolo 4 della Costituzione italiana afferma che ogni cittadino ha il dovere di svolgere un’attività che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Penso che il giornalista in questo senso debba rendersi conto della grande responsabilità che si assume scegliendo di compiere la sua professione: comunicare in modo obiettivo le notizie significa permettere alle persone di tenersi aggiornate su questioni di attualità e quindi, qualora siano poi chiamate a dare il proprio parere circa le suddette questioni (si pensi ad esempio ad elezioni o referendum), un’informazione adeguata consente loro di scegliere nel modo migliore possibile. D’altro canto un’informazione manipolata e non conforme alla realtà dei fatti, non è altro che una bugia, un inganno. E come può un inganno concorrere al progresso della società? Non può: concorre solo alla sua rovina.

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  2. chi può dire ciò che è inganno e ciò che è vero, in questo mondo? Siamo in grado di dire che cosa sia la sostanza? Siamo spettatori di quanto creiamo, se riusciamo ad assumere la giusta distanza dell'osservatore, altrimenti ne siamo protagonisti e ciò che raccontiamo è distorto da una percezione distorta. Ergo un buon giornalista dovrebbe assumere il ruolo di chi, dopo aver visto bene, descrive a chi non ha occhi ciò che ha visto. Se la visione è "dall'interno dei fatti" sarà difficile essere obiettivi... questo è il motivo per cui attualmente il giornalismo è inaffidabile. Se vogliamo cambiare le cose, dobbiamo prima divenire cercatori di verità. Mi sembra che l'articolo vada nella stessa direzione...;) ciao, Alga

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  3. Innanzi tutto mi sembra giusto parlare di informazione cominciando proprio da Pulitzer, che di
    questo ha fatto la ragione di una vita. E le notizie che offri in proposito credo siano di rilevante
    interesse, ad esempio io non sapevo che era di origine ungherese.

    L’informazione credo sia la più sconvolgente rivoluzione del nostro tempo, per la velocità con
    cui percorre il mondo, una velocità che frastorna, perché si ha sempre la sensazione di non fare in
    tempo, non dico a capire, ma a percepire in tempo il messaggio. E probabilmente, come tu dici,
    la verità è sacrificata proprio alla velocità, all’accanimento di colpire per primo il bersaglio, cioè
    l’utente, che poi per chi la diffonde significa visibilità, interesse, proprio tornaconto. Forse per
    l’età, a volte percepisco in tal senso un po’ di disorientamento. Eppure, proprio per la frenetica
    velocità delle comunicazioni, credo che prima a poi sia necessario arrivare a mettere un qualche
    punto fermo, che sia necessario poter dire: chi lo ha detto? allora è vero. Un filo di verità che leghi i
    popoli e la reciproca conoscenza credo sia necessario, altrimenti, come già succede, si va alla deriva
    nel sospetto, nella reciproca sfiducia.
    Nel tuo articolo trovo qualche ingenuità, per fortuna, perché alla tua età significa speranza e tenacia
    nell’impegno. Quando dici che un giornalista dovrebbe scrivere secondo la propria coscienza
    mi sembra piuttosto arduo, proprio per le ragioni sopra dette. Ma non credo che sia necessario
    rassegnarsi a scrivere favole a lieto fine, basta ci sia qualcuno come te che riesca a portare avanti,
    senz’altro con fatica, l’idea e la prospettiva della correttezza, della reciproca fiducia.

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